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Le feste di fine anno e la tristezza dilagante

Chi di voi può dire di aver sofferto di malinconia a Natale e in generale nelle feste di fine anno? Credo molti.. In verità se non si hanno bimbi piccoli o almeno nipotini piccoli a cui mostrare le meraviglie del Natale con le sue sorprese, ci si sente quasi inadeguati, si pensa che la festa non sia per noi e si finisce per ricordare i Natali passati in famiglia, con i nonni, gli zii e i cugini e il ricordare una stagione della vita che non vivremo più fa male, ci rende tristi e sconsolati.

Quest’anno per la prima volta ho fatto davvero tanta fatica ad addobbare la casa e anche a farmi trascinare nell’atmosfera natalizia, non ne avevo proprio nessuna voglia, presa come ero a risolvere i miei problemi e ad essere preoccupata per quelli dei miei figli, che sono adulti, ma sempre figli restano.

Il Natale non dovrebbe essere questo, la festa è essenzialmente religiosa, ma forse anche da quel punto di vista le cose non vanno per niente bene, è come se non riuscissi a lasciarmi andare, come se non riuscissi a pregare insieme agli altri.  Sono andata  a trovare la Madonna di Fatima,  ho recitato qualche preghiera e le ho chiesto di aiutarmi, non per bisogni  materiali, di aiutarmi a far crescere la fede.

E’ strano quello che provo, io ho fede, ma avverto un disagio verso i riti della Chiesa, mi sembrano fuori tempo e fuori luogo, mi sembra che tutta la sofferenza che si leva dall’umanità non possa essere lenita da un rito. So che pregare insieme ad altri fa bene, fa bene essenzialmente al cuore, ma solo quello.

E’ un momento difficile da questo punto di vista,  forse la mia è presunzione, forse solo depressione, non so…ma non so da che parte cominciare. Probabilmente la tristezza è tutta li.

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Maledetto Alzheimer!

In questi giorni sto svuotando la casa dei miei genitori, entrambi se ne sono andati nel giro di tre anni e la loro casa è da sempre  la nostra casa, la casa dove io e mia sorella abbiamo trascorso i nostri anni tra l’infanzia e la giovinezza, la casa che condividevamo anche con la nonna paterna e quindi questa operazione mi addolora moltissimo. Ieri, mentre ero indaffarata a separare le cose che potevo tenere da quelle destinate inesorabilmente al macero, ho rinvenuto  una decina di raccoglitori pieni zeppi di fogli scritti a mano dal mio papà, erano il suo studio di ristrutturazione logistica delle aziende. Da quello studio ha preso corpo negli anni ’60  la logistica in Italia e molti, moltissimi  articoli pubblicati da lui su giornali e riviste di settore erano li a dimostrare le grandi capacità menageriali di un uomo, la sua fervida intelligenza e il suo valore.

Accanto a questi raccoglitori che ho subito deciso di conservare, ho ritrovato un libro che mi ha stretto il cuore,  potrei descriverlo come un quadernone destinato ai bimbi della scuola materna.. c’erano cani e gatti abbozzati che avrebbero dovuto essere completati insieme ad alberi e casette.  Erano gli esercizi che facevamo fare a mio padre ammalato di Alzheimer per cercare di aiutarlo, ricordo che teneva la matita in mano in modo incerto e non sempre riusciva a completare un disegno.

Come ha potuto una persona così in gamba da scrivere addirittura trattati di logistica ridursi a non riuscire a tenere in mano una matita?  In questo passaggio c’è stato tutto il calvario di mio padre e della mia famiglia, tutto il dolore che ha devastato le vite di molte persone.

Tengo a dire che mio padre, pur con mille difficoltà si chinava su quei fogli  un poco buffi e con la matita in mano cercava di fare del suo meglio per riuscire nel suo “lavoro”.  E’ questo che ha fatto per tutta la vita, ha tirato dritto, lottando a testa bassa anche contro il maledetto  Alzheimer, solo che quella è stata la sua  ultima battaglia.

Pensieri di pioggia

Questa domenica  piena d’acqua  mi è pesata, questa interminabile domenica battuta dal vento e dalla pioggia  sembra non avere più fine. La mia cucciolona è triste, si aggira per casa e ogni tanto mi porta la palla.. è incredula,  i suoi  occhioni sembrano chiedermi : “ma oggi non posso fare le solite corse?” poi si accuccia accanto a me e mi mette il muso in grembo, rassegnata.  Siamo usciti per una passeggiata breve, troppo breve per lei e per noi e poi  lo stato d’animo non è dei migliori. Ho addosso tanta malinconia, mi mancano le riunioni famigliari, il vociare dei miei figli,  il mio papà che arriva come un ciclone e mi propone sempre di fare qualche cosa… ma la porta rimane chiusa e tutta questa  pioggia non fa che aumentare la mia solitudine, mi fa sentire isolata dal mondo.

E pensare che io la amo la pioggia,  ho sempre pensato  che con il suo incessante cadere lavi tutte le brutture del mondo.. mi piacciono i temporali improvvisi, quando gli scrosci d’acqua  colgono di sopresa,  mi è capitato qualche volta di essere investita da un acquazzone e di morire dalle risate nella corsa affannosa per trovare riparo, ma oggi è diverso, oggi mi fa male il cuore e il silenzio che mi circonda è diventato assordante.

 

Pioggia

Pioggia

Stati d’animo di un fine settimana

So che capita a molti di passare weekend malinconici, a me capita quasi sempre. Le ragioni sono molte, forse perchè non posso fare le cose di tutti i giorni, forse perchè i troppi pensieri non mi permettono di vivere serenamente il riposo.  Così anche  questa mattina  mi sono svegliata piena di angoscia, il sogno che avevo fatto nella notte da un lato mi aveva confortato e dall’altro mi aveva intristito….. vedevo mio padre sorridente e in salute che se ne andava con la sua borsa da tennis e si lasciava alle spalle tutti i nostri problemi… era come se lui vivessa da un’altra parte. Come accade spesso nei sogni realtà e fantasia si sovrappongo, quindi io sapevo benissimo che il mio papà non era più in vita ma nello stesso tempo speravo che lo fosse. La cosa positiva è che tutte le volte che sono particolarmente triste e mi addormento con gli occhi umidi, il mio papà arriva in mio aiuto. Domani sarà lunedì, farò  le cose di sempre e apprezzerò di poterle fare, forse è questo il bello del weekend, d’altra parte Leopardi insegna.

Le ciaramelle

Questa struggente  poesia di Giovanni Pascoli mi ricorda la mia infanzia, l’ho recitata a tavola in  un lontano  Natale del 1954 e allora come ora mi commuovo per la sua semplicità e per il fondo di malinconia che trasmette. I bimbi della mia epoca erano fortunati, assistevano all’arrivo in città degli zampognari e vivevano  un Natale povero ma felice, a loro non venivano risparmiati i racconti, le favole e le poesie tristi, sollecitavano i sentimenti…. Sono certa che questo sia stato un bene.  E’ stato bello trovare questa poesia sul web sono felice di condividerla con voi, anche se vi scappera qualche lacrimuccia.

la foto di due zampognari

LE CIARAMELLE

di Giovanni Pascoli


Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

La tristezza del Natale

In città ho già visto le prime luci che adornano gli alberi, le luminarie sospese sulle strade come ponti colorati e luminosi, le vetrine dei grandi magazzini vestite a festa: tutto preannuncia l’arrivo del Natale e a me il Natale fa tanta tristezza. Amo la ricorrenza ma sono i ricordi che pesano  sul mio cuore come macigni, ricordi di festose vigilie fatte di piccoli segreti, di bimbi emozionati, di letterine di buoni propositi scritte per il papà e di magica attesa della mezzanotte e poi la Messa di Natale.  Uno dei ricordi più belli dei Natali trascorsi è legato a mio figlio. Aveva otto anni e con altri compagni di catechismo era stato scelto dal parroco per fare il chierichetto nella Messa della Notte Santa. Avevamo fatto tanta fatica a tenerlo sveglio ma ce l’avevamo fatta: tutto serio era la  sull’altare con la sua tunica rossa e la mantellina bianca di pizzo e il suo servir Messa fu impeccabile. Quando tornammo a casa era così agitato che non riusciva più a prendere sonno e noi con lui. Ora tutto questo è solo un bellissimo ricordo di uno dei nostri magici Natali passati. Da qualche anno la gioia di ritrovarsi non esiste più, la famiglia dove sono nata non esiste più, le tavole imbandite con commensali festanti si sono smarrite nel tempo, la malattia del mio papà e la sua morte hanno spazzato via tutto. Lo scorso anno mi ero impegnata per addobbare la casa e per fare l’albero ma il giorno di Natale è stato veramente tristissimo  e quindi tutto era stato inutile. Forse quest’anno non mi sforzerò nemmeno, per il momento l’atmosfera Natalizia la sento  ancora tanto tanto lontana.

Maliconici ricordi

Ieri ci siamo ordinati la macchina per fare il pane, alcuni amici la usano da qualche mese e ci dicono che è un oggetto che da molte soddisfazioni:impasta e cuoce da sola e inonda la casa di quel meraviglioso profumo di pane appena sfornato. Pensavo alla gioia di fare il pane in casa questa mattina e sono stata colta da un attacco di malinconia. Ho ricordato che al mio papà piaceva tanto  il pane croccante ma morbido dentro e io glielo avevo trovato in una panetteria non vicinissima a casa ma che mi era di strada quando accompagnavo mia figlia al lavoro. Avevo con me anche la mia prima schnauzerona, mi aspettata seduta sul sedile posteriore dell’auto come una regina e quando rientravo in macchina con la borsa colma di pane il profumo la inondava e lei  non stava più nella pelle. Anche il mio papà aspettava l’arrivo del pane spesso ancora caldo di forno e appena riusciva ad afferrare una michettina la trasformava in un appetitoso panino. Entrambi se ne sono andati e non potranno assaggiare la prima sfornata della mia fantastica Princes, che tristezza.