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Una poesia per il mio papà

PADRE, SE ANCHE TU NON FOSSI IL MIO
di Camillo Sbarbaro

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
Che la prima viola sull’opposto
Muro scopristi dalla tua finestra
E ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
Di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
Che la sorella mia piccola ancora
Per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
Dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

Il sorriso

Ho nascosto il  sorriso
in una mano
ho chiuso gli occhi
per trattenerti di più
dietro le mie palpebre.
Devo solo respirare
per ritrovarti,
e se apro le mani
riesco a toccare
il calore del tuo cuore

Se ascolto, nel silenzio
posso udire la tua voce.
Non soffro la tua assenza,
sei con me ovunque
Legato a me
da questa passione che fa vivere,
morire, gioire, crescere
e accendere il sole
domani.

A mio padre

Un lontano Natale

Non so se capiti anche a voi, ma il Natale della mia infanzia mi manca tanto.

Era pieno di poesia e di trepidazione quel lontano Natale, era fatto  di gioia e di ansia, ma alla fine  era proprio  speciale.

Come dimenticare la notte insonne che precedeva l’arrivo di Gesù Bambino? Dormivo nel lettone con la mia nonna e facevo finta di niente ma ero molto agitata… attendevo solo le prime luci dell’alba per sgattaiolare dal letto e raggiungere la sala. Mi bloccato davanti alla porta a vetri perchè non ero in grado di gestire l’emozione. La nonna, che aveva sentito tutto, mi raggiungeva, mi prendeva la mano e insieme varcavano quella soglia. I doni erano la, pochi… qualche volta i doni erano solo un dono, ma la mia felicità era grandissima. La magia era tutta in quell’attimo, nel varcare quella soglia. Un’altra cosa che mi faceva battere tanto il cuore  era la letterina di Natale piena di buone intenzioni che nascondevo sotto il tovagliolo del mio papà… ero una bimba timidissima e attendevo il momento del ritrovamento della lettera con tanta ansia. Mio padre alzava il tovagliolo e si mostrava molto sorpreso nel ritrovarsi tra le mani quel foglio… e poi la leggeva a voce alta, mentre le mie gote diventavano color porpora, allorai mi prendeva sulle ginocchia e mi abbracciava forte. A quel punto mi toccava recitare la poesia in piedi sulla sedia, cosa che non amavo per niente, ma che faceva parte del rituale.. poi si poteva iniziare il pranzo di Natale.

SOSTA

Povera penna!
Povera mia penna appesantita…
Hai scritto di dolori,
hai tracciato parole
con inchiostro di lacrime,
sparse versate
o raccolte ascoltate asciugate accarezzate
su mille e mille volti
del passato
e del presente,
hai inseguito
guerra sangue violenza
sulle strade del mondo
e del tempo.
Hai disegnato
arabeschi
di tormenti e passioni…
hai gridato
silenzi
di occhi inariditi,
di volti sferzati dalla pioggia…
Hai raccolto le immagini
strazianti,
ferme in occhi sconvolti,
ti sei specchiata, raggelata,
negli occhi
martellati dall’orrore…
ed hai tratto il racconto
dell’ultima immagine riflessa nell’addio dalla vita
dagli occhi dei bambini
delle guerre…
Povera penna mia…
quanto il peso
di quel che raccontavi
piano piano
aveva prosciugato i tuoi pensieri…
Il tuo cammino, il mio,
ti era tanto nemico
da chiedermi
la pietà di una sosta,
ma la strada
assetata,
beveva
il tuo sangue d’inchiostro…
Adesso,
ferma sul bordo di una rosa
guardo
la tua stanchezza,
guardo
il tuo guscio
ferito
il tuo guscio di ghiaccio..
Ora riposa
povera penna stanca..
Oggi sono felice…

Maria Isabella D’Autilia

Le ciaramelle

Questa struggente  poesia di Giovanni Pascoli mi ricorda la mia infanzia, l’ho recitata a tavola in  un lontano  Natale del 1954 e allora come ora mi commuovo per la sua semplicità e per il fondo di malinconia che trasmette. I bimbi della mia epoca erano fortunati, assistevano all’arrivo in città degli zampognari e vivevano  un Natale povero ma felice, a loro non venivano risparmiati i racconti, le favole e le poesie tristi, sollecitavano i sentimenti…. Sono certa che questo sia stato un bene.  E’ stato bello trovare questa poesia sul web sono felice di condividerla con voi, anche se vi scappera qualche lacrimuccia.

la foto di due zampognari

LE CIARAMELLE

di Giovanni Pascoli


Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!