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Le feste di fine anno e la tristezza dilagante

Chi di voi può dire di aver sofferto di malinconia a Natale e in generale nelle feste di fine anno? Credo molti.. In verità se non si hanno bimbi piccoli o almeno nipotini piccoli a cui mostrare le meraviglie del Natale con le sue sorprese, ci si sente quasi inadeguati, si pensa che la festa non sia per noi e si finisce per ricordare i Natali passati in famiglia, con i nonni, gli zii e i cugini e il ricordare una stagione della vita che non vivremo più fa male, ci rende tristi e sconsolati.

Quest’anno per la prima volta ho fatto davvero tanta fatica ad addobbare la casa e anche a farmi trascinare nell’atmosfera natalizia, non ne avevo proprio nessuna voglia, presa come ero a risolvere i miei problemi e ad essere preoccupata per quelli dei miei figli, che sono adulti, ma sempre figli restano.

Il Natale non dovrebbe essere questo, la festa è essenzialmente religiosa, ma forse anche da quel punto di vista le cose non vanno per niente bene, è come se non riuscissi a lasciarmi andare, come se non riuscissi a pregare insieme agli altri.  Sono andata  a trovare la Madonna di Fatima,  ho recitato qualche preghiera e le ho chiesto di aiutarmi, non per bisogni  materiali, di aiutarmi a far crescere la fede.

E’ strano quello che provo, io ho fede, ma avverto un disagio verso i riti della Chiesa, mi sembrano fuori tempo e fuori luogo, mi sembra che tutta la sofferenza che si leva dall’umanità non possa essere lenita da un rito. So che pregare insieme ad altri fa bene, fa bene essenzialmente al cuore, ma solo quello.

E’ un momento difficile da questo punto di vista,  forse la mia è presunzione, forse solo depressione, non so…ma non so da che parte cominciare. Probabilmente la tristezza è tutta li.

Natale con gli Angeli

Scrive Alda Merini:

“Degli angeli abbiamo una vecchia memoria. Ce ne hanno raccontato le nonne: che hanno delle grandi ali, e che volano alto e che sono esenti dal male e sono esenti dalle lacrime. Ma gli angeli piangono, piangono e vanno e vengono dalla terra al cielo a portare le nostre preghiere, le nostre desolazioni, i nostri spazi vuoti.

Gli angeli non capiscono l’amore. Se capissero l’amore morirebbero, però lo guardano con tenerezza, lo guardano e lo riducono a una terra limitata, così limitata che loro la devono abbandonare perché sono abituati a spazi piu’ alti.

Gli angeli non credono nell’amore dell’uomo, ma credono nel vincolo che l’uomo ha con le sue ali, nel vicolo che l’uomo ha con il suo desiderio d’amore. L’amore è qualcosa di universale: l’amore è una terra, l’amore è una fame insaziabile.

E l’angelo vuole accompagnare l’uomo verso questo amore, questa terra che sembra desolata e poi rivela ricchezze incredibili.”

Nel giorno di Natale, quando saremo tutti attorno alla tavola imbandita, il mio pensiero sarà rivolto verso il mio Angelo speciale, una persona che mi ha tanto amato e che io ho ricambiato di uguale amore infinito, il mio papà.

Lui è la parte di me più vicina a Dio e con  lui io chiedo serenità per la mia famiglia, un abbraccio di calore per tutti noi e una carezza anche per la mia cagnolona.

Mi auguro che Gesù venendo sulla terra trovi calde braccia pronte ad accoglierlo, le nostre ci saranno e lo stringeranno dolcemente al cuore.

Buon Natale a tutti voi e un bacio grande al mio papà.

Un lontano Natale

Non so se capiti anche a voi, ma il Natale della mia infanzia mi manca tanto.

Era pieno di poesia e di trepidazione quel lontano Natale, era fatto  di gioia e di ansia, ma alla fine  era proprio  speciale.

Come dimenticare la notte insonne che precedeva l’arrivo di Gesù Bambino? Dormivo nel lettone con la mia nonna e facevo finta di niente ma ero molto agitata… attendevo solo le prime luci dell’alba per sgattaiolare dal letto e raggiungere la sala. Mi bloccato davanti alla porta a vetri perchè non ero in grado di gestire l’emozione. La nonna, che aveva sentito tutto, mi raggiungeva, mi prendeva la mano e insieme varcavano quella soglia. I doni erano la, pochi… qualche volta i doni erano solo un dono, ma la mia felicità era grandissima. La magia era tutta in quell’attimo, nel varcare quella soglia. Un’altra cosa che mi faceva battere tanto il cuore  era la letterina di Natale piena di buone intenzioni che nascondevo sotto il tovagliolo del mio papà… ero una bimba timidissima e attendevo il momento del ritrovamento della lettera con tanta ansia. Mio padre alzava il tovagliolo e si mostrava molto sorpreso nel ritrovarsi tra le mani quel foglio… e poi la leggeva a voce alta, mentre le mie gote diventavano color porpora, allorai mi prendeva sulle ginocchia e mi abbracciava forte. A quel punto mi toccava recitare la poesia in piedi sulla sedia, cosa che non amavo per niente, ma che faceva parte del rituale.. poi si poteva iniziare il pranzo di Natale.

Feste e malinconia

Dicono che le Feste Natalizie portino con se tanta depressione e credo sia vero.

Io stessa se da un lato vorrei lasciarmi prendere dalla frenesia dei preparativi: gli addobbi, i regali, l’atmosfera magica della città, gli incontri con gli amici e lo scambio dei regali, dall’altro vorrei addormentarmi e svegliarmi il 6 di gennaio.

La verità è che ho dei ricordi molto penosi legati a queste feste, la verità è che da quanto il mio papà se ne è andato è rimasta una sola famiglia, la mia… formata da 6 persone più il cane e basta. Certo sono fortunata, c’è chi la famiglia non ce l’ha nemmeno, ma il mio pensiero corre alle belle riunioni conviviali, all’allegria di mio padre, alla sua capacità di catalizzare tutti attorno a se e di “usarmi” come riferimento per ogni festa…. la mia casa era sempre a disposizione e lui lo sapeva.

Non ho la stessa capacità di mio padre di attirare le persone, sono sempre frenata per la paura di disturbare, questo purtroppo fa parte del mio carattere e della mia infanzia senza sicurezze… a volte non invito nemmeno per timore che la risposta sia un “… scusa, ma non posso….”  Penso sempre che chi desidera passare le feste con noi può farsi avanti, ma anche questo è sbagliato.. credo che a tutti faccia piacere essere invitati..

Insomma sono un po’ complicata e cambiare è difficile ma ci si può provare.

Natale in montagna

Domani raggiungeremo le Dolomiti della Val di Fiemme per trascorrere il Natale. Sono contenta ed emozionata … dopo tanti anni è il primo Natale che trascorriamo di nuovo in montagna. Ho ricordi bellissimi di presepi di ghiaccio, di profumo di legna bruciata, di chiesette semplici e mistiche e di una valle che è tutto un susseguirsi di cime di  un rosa fantastico che spiccano tra la bianchissima neve e i mille abeti dei suoi boschi e sembrano abbracciarti. Spero con tutto il cuore di ritrovare il Natale vero, quello che ti fa gioire dello stare insieme con chi ami tantissimo e delle piccole cose che ti scaldano il cuore.

Forse riuscirò a scrivere anche dalla Valle e allora  vi racconterò meraviglie e inserirò qualche foto, ma se non fosse così, auguro a tutti BUON NATALE!

Le ciaramelle

Questa struggente  poesia di Giovanni Pascoli mi ricorda la mia infanzia, l’ho recitata a tavola in  un lontano  Natale del 1954 e allora come ora mi commuovo per la sua semplicità e per il fondo di malinconia che trasmette. I bimbi della mia epoca erano fortunati, assistevano all’arrivo in città degli zampognari e vivevano  un Natale povero ma felice, a loro non venivano risparmiati i racconti, le favole e le poesie tristi, sollecitavano i sentimenti…. Sono certa che questo sia stato un bene.  E’ stato bello trovare questa poesia sul web sono felice di condividerla con voi, anche se vi scappera qualche lacrimuccia.

la foto di due zampognari

LE CIARAMELLE

di Giovanni Pascoli


Udii tra il sonno le ciaramelle,
ho udito un suono di ninne nanne.
Ci sono in cielo tutte le stelle,
ci sono i lumi nelle capanne.

Sono venute dai monti oscuri
le ciaramelle senza dir niente;
hanno destata ne’ suoi tuguri
tutta la buona povera gente.

Ognuno è sorto dal suo giaciglio;
accende il lume sotto la trave;
sanno quei lumi d’ombra e sbadiglio,
di cauti passi, di voce grave.

Le pie lucerne brillano intorno,
là nella casa, qua su la siepe:
sembra la terra, prima di giorno,
un piccoletto grande presepe.

Nel cielo azzurro tutte le stelle
paion restare come in attesa;
ed ecco alzare le ciaramelle
il loro dolce suono di chiesa;

suono di chiesa, suono di chiostro,
suono di casa, suono di culla,
suono di mamma, suono del nostro
dolce e passato pianger di nulla.

O ciaramelle degli anni primi,
d’avanti il giorno, d’avanti il vero,
or che le stelle son là sublimi,
conscie del nostro breve mistero;

che non ancora si pensa al pane,
che non ancora s’accende il fuoco;
prima del grido delle campane
fateci dunque piangere un poco.

Non più di nulla, sì di qualcosa,
di tante cose! Ma il cuor lo vuole,
quel pianto grande che poi riposa,
quel gran dolore che poi non duole;

sopra le nuove pene sue vere
vuol quei singulti senza ragione:
sul suo martòro, sul suo piacere,
vuol quelle antiche lagrime buone!

Sogno di Natale

Sogno di Natale

di Luigi Pirandello

Sentivo da un pezzo sul capo inchinato tra le braccia come l’impressione d’una mano lieve, in atto tra di carezza e di protezione. Ma l’anima mia era lontana, errante pei luoghi veduti fin dalla fanciullezza, dei quali mi spirava ancor dentro il sentimento, non tanto però che bastasse al bisogno che provavo di rivivere, fors’anche per un minuto, la vita come immaginavo si dovesse in quel punto svolgere in essi.

Era festa dovunque: in ogni chiesa, in ogni casa: intorno al ceppo, lassù; innanzi a un Presepe, laggiù; noti volti tra ignoti riuniti in lieta cena; eran canti sacri, suoni di zampogne, gridi di fanciulli esultanti, contese di giocatori… E le vie delle città grandi e piccole, dei villaggi, dei borghi alpestri o marini, eran deserte nella rigida notte. E mi pareva di andar frettoloso per quelle vie, da questa casa a quella, per godere della raccolta festa degli altri; mi trattenevo un poco in ognuna, poi auguravo:

– Buon Natale – e sparivo…

Ero già entrato così, inavvertitamente, nel sonno e sognavo. E nel sogno, per quelle vie deserte, mi parve a un tratto d’incontrar Gesù errante in quella stessa notte, in cui il mondo per uso festeggia ancora il suo natale. Egli andava quasi furtivo, pallido, raccolto in sé, con una mano chiusa sul mento e gli occhi profondi e chiari intenti nel vuoto: pareva pieno d’un cordoglio intenso, in preda a una tristezza infinita.

Mi misi per la stessa via; ma a poco a poco l’immagine di lui m’attrasse così, da assorbirmi in sé; e allora mi parve di far con lui una persona sola. A un certo punto però ebbi sgomento della leggerezza con cui erravo per quelle vie, quasi sorvolando, e istintivamente m’arrestai. Subito allora Gesù si sdoppiò da me, e proseguì da solo anche più leggero di prima, quasi una piuma spinta da un soffio; ed io, rimasto per terra come una macchia nera, divenni la sua ombra e lo seguii.

Sparirono a un tratto le vie della città: Gesù, come un fantasma bianco splendente d’una luce interiore, sorvolava su un’alta siepe di rovi, che s’allungava dritta infinitamente, in mezzo a una nera, sterminata pianura. E dietro, su la siepe, egli si portava agevolmente me disteso per lungo quant’egli era alto, via via tra le spine che mi trapungevano tutto, pur senza darmi uno strappo.

Dall’irta siepe saltai alla fine per poco su la morbida sabbia d’una stretta spiaggia: innanzi era il mare; e, su le nere acque palpitanti, una via luminosa, che correva restringendosi fino a un punto nell’immenso arco dell’orizzonte. Si mise Gesù per quella via tracciata dal riflesso lunare, e io dietro a lui, come un barchetto nero tra i guizzi di luce su le acque gelide.

A un tratto, la luce interiore di Gesù si spense: traversavamo di nuovo le vie deserte d’una grande città. Egli adesso a quando a quando sostava a origliare alle porte delle case più umili, ove il Natale, non per sincera divozione, ma per manco di denari non dava pretesto a gozzoviglie.

– Non dormono… – mormorava Gesù, e sorprendendo alcune rauche parole d’odio e d’invidia pronunziate nell’interno, si stringeva in sé come per acuto spasimo, e mentre l’impronta delle unghie restavagli sul dorso delle pure mani intrecciate, gemeva: – Anche per costoro io son morto…

Andammo così, fermandoci di tanto in tanto, per un lungo tratto, finché Gesù innanzi a una chiesa, rivolto a me, ch’ero la sua ombra per terra, non mi disse:

– Alzati, e accoglimi in te. Voglio entrare in questa chiesa e vedere.

Era una chiesa magnifica, un’immensa basilica a tre navate, ricca di splendidi marmi e d’oro alla volta, piena d’una turba di fedeli intenti alla funzione, che si rappresentava su l’altar maggiore pomposamente parato, con gli officianti tra una nuvola d’incenso. Al caldo lume dei cento candelieri d’argento splendevano a ogni gesto le brusche d’oro delle pianete tra la spuma dei preziosi merletti del mensale.

– E per costoro – disse Gesù entro di me – sarei contento, se per la prima volta io nascessi veramente questa notte.

Uscimmo dalla chiesa, e Gesù, ritornato innanzi a me come prima posandomi una mano sul petto riprese:

– Cerco un’anima, in cui rivivere. Tu vedi ch’ìo son morto per questo mondo, che pure ha il coraggio di festeggiare ancora la notte della mia nascita. Non sarebbe forse troppo angusta per me l’anima tua, se non fosse ingombra di tante cose, che dovresti buttar via. Otterresti da me cento volte quel che perderai, seguendomi e abbandonando quel che falsamente stimi necessario a te e ai tuoi: questa città, i tuoi sogni, i comodi con cui invano cerchi allettare il tuo stolto soffrire per il mondo… Cerco un’anima, in cui rivivere: potrebbe esser la tua come quella d’ogn’altro di buona volontà.

– La città, Gesù? – io risposi sgomento. – E la casa e i miei cari e i miei sogni?

– Otterresti da me cento volte quel che perderai – ripeté Egli levando la mano dal mio petto e guardandomi fisso con quegli occhi profondi e chiari.

– Ah! io non posso, Gesù… – feci, dopo un momento di perplessità, vergognoso e avvilito, lasciandomi cader le braccia sulla persona.

Come se la mano, di cui sentivo in principio del sogno l’impressione sul mio capo inchinato, m’avesse dato una forte spinta contro il duro legno del tavolino, mi destai in quella di balzo, stropicciandomi la fronte indolenzita. E qui, è qui, Gesù, il mio tormento! Qui, senza requie e senza posa, debbo da mane a sera rompermi la testa.